Modul Life. L’università entra in Azienda

 

Può succedere davvero. Uno stabilimento produttivo che si fa scuola di pensiero. Sono le ore 17 ed è finito l’orario di lavoro per i 130 dipendenti della Modulblok, società friulana fornitrice di sistemi di stoccaggio. Un gruppo di docenti dell’Università di Trieste fa il suo ingresso nelle due sedi dell’azienda di Pagnacco e di Amaro e, per due ore, intrattiene colletti bianchi e colletti blu in lezioni interattive di pedagogia, storia del teatro, letteratura italiana ed inglese, storia contemporanea. Abbiamo intervistato il promotore di questa iniziativa – che ha preso il nome di Modul Life – l’ingegner Mario Di Nucci, responsabile dello stabilimento produttivo.

Ing. Di Nucci, buonasera e grazie per la disponibilità a questa intervista di cui siamo davvero molto felici. Lei è il realizzatore di un’iniziativa di welfare aziendale coraggiosa, e possiamo dire a tratti “visionaria”. Ci può raccontare in che cosa è consistita e da dove è partita l’idea?

Il tutto è partito da una mia amicizia giovanile con il Professor Matteo Cornacchia, ricercatore dell’Università di Trieste, un vero visionario, che un giorno mi ha chiesto se, secondo me, fosse folle pensare alla formazione umanistica in azienda. Io ho risposto di sì, che era folle, ma non per questo impossibile… Da qui abbiamo pensato a un percorso che mettesse in fila, da una parte il mondo metalmeccanico, dall’altro quello umanistico. Abbiamo, quindi, proposto ai nostri dipendenti un ciclo di serate su tematiche distanti dal nostro core business che è quello proprio di un’azienda metalmeccanica. Abbiamo progettato un ciclo di lezioni universitarie su temi umanistici, invitando sia i nostri colletti bianchi che quelli blu. I sei incontri sono stati tutti programmati in orario post-lavorativo e la partecipazione è stata data su base volontaria. Il progetto Modul Life è partito con la scommessa di poter aver almeno 15 partecipanti in entrambe le sedi. Alla fine si è concluso con la pre-iscrizione di circa 24 persone dello Stabilimento di Amaro (colletti blu) e di circa 28 della sede di Pagnacco (colletti bianchi).

 I docenti coinvolti – che gratuitamente si sono resi disponibili a preparare e a tenere le lezioni – sono tutti titolari di cattedra all’Università di Trieste. Abituati sicuramente ad una platea, ma molto diversa da quella di un contesto produttivo. Come ha fatto a convincerli ad accettare questa sfida? Quali sono stati i loro timori iniziali?

Non è stato difficile convincere i cinque colleghi del Professor Cornacchia che – a titolo gratuito – si sono prestati a partecipare alle sei lezioni in entrambe le sedi della Modulblok (quella legale di Pagnacco, nei pressi di Udine, e quella produttiva di Amaro in Carnia). Le rivelo che ho visto i docenti piacevolmente emozionati prima di iniziare, in particolare nello stabilimento produttivo, non essendo abituati a questo tipo di platea, tutta composta da operai. Prima di iniziare, si sono ovviamente chiesti quale fosse il registro comunicativo più appropriato e, devo dire, hanno tutti dimostrato in questo una notevole abilità e flessibilità, nonché una grande capacità di aprirsi ad un mondo che non è il loro. Da parte dei lavoratori c’è stata la capacità di porsi in buona risonanza con tutti docenti e di “liberare” quella parte che di solito nel posto di lavoro non si lascia mai andare.

Quali sono state le materie e i contenuti affrontati? E la scelta in base a quale criterio è stata fatta?

Pedagogia, storia contemporanea, storia del teatro, letteratura inglese, filosofia semantica, scorci di letteratura italiana legata al mondo del lavoro. Importante intuizione del Professor Cornacchia è stata quella di legare tutte le lezioni sotto l’insegna dell’autonarrazione  – intesa come l’arte di saper narrare di sé – che in qualche modo è vietata in fabbrica (mai parlare di sé o rivelare troppo… è rischioso e non si sa mai che effetti può produrre..). Questo ci ha portato, tra l’altro, ad affrontare il tema delle maschere che ognuno di noi indossa, riconducendolo poi a Pirandello e alla storia del teatro.  Proprio con il docente di storia del teatro, i lavoratori hanno anche avuto la possibilità di visitare il Teatro Verdi di Trieste. Tutto questo ha contribuito a far sì che Il lavoratore si sentisse ascoltato e considerato.

Questa esperienza ci insegna che è possibile dotare l’industria di un’anima e immaginare l’imprenditore anche come un intellettuale che legge nel coinvolgimento e nella cura del lavoratore la vera forza rigeneratrice della società, e non solo nell’etica del profitto fine a se stessa.  Dopo Adriano Olivetti molto poco è stato fatto in tal senso, ritenendo la sua visione di capitalismo sociale come utopica e irrealizzabile. Cosa pensa si possa riprendere e salvare di quel pensiero??

Mi capita ogni tanto di vedere qualche filmato di Olivetti e di rimanere ogni volta affascinato. Ci sono anche altri esempi di imprenditori che, in modo illuminato, credono che non debba esistere una cesura netta tra uomo e lavoro. Tra questi mi viene in mente Brunello Cucinelli ad esempio. Modulblok è una media azienda friulana che, pur non essendo a questi livelli di lungimiranza, spende però una discreta attenzione verso i suoi dipendenti. Mi piace pensare che, aldilà di chi mette in atto qualcosa di concreto, ci sia più di qualche manager che ha capito che l’uomo non è solo le otto ore che trascorre sul posto di lavoro.

Possiamo quindi sfatare il mito che non è solo il denaro la leva che porta il lavoratore a far meglio e con maggiore motivazione…

Magari qualcuno tra le righe ha anche pensato o detto che, invece di metter su un’iniziativa di questo tipo, sarebbe stato più utile monetizzare. Io penso, però, che i nostri collaboratori sono fatti di detto e di non detto…Certe cose le raccontano, altre no perché pensano che non sia possibile farlo. Quello che non raccontano è il bisogno che hanno di essere considerati come persone pensanti. Una certa cultura produttiva ci ha indotto a pensare che chi batte il ferro è nato per battere il ferro e basta, come se gli fosse stata consegnata questa maschera da indossare, da qui fino all’agognata pensione.

Immagino le difficoltà con cui ha dovuto scontrarsi nella fase iniziale. Far rimanere il personale dopo il turno di lavoro, proporre una formazione apparentemente distante dalle tematiche di aggiornamento tecnico-professionale, incentivare un welfare non immediatamente tangibile… Come ha fatto a convincere i suoi capi?

Con il mio responsabile, persona che stimo molto anche dal punto di vista intellettuale, ci siamo da subito intesi sul progetto ed anche la proprietà, nonostante ci considerasse dei “folli”…, ha comunque appoggiato il progetto. Lato lavoratori, abbiamo messo in atto la leva della relazione. Quando abbiamo proposto l’attività, non abbiamo pubblicato l’annuncio in bacheca con le date dell’iniziativa. Abbiamo diviso i dipendenti delle due sedi in gruppi di 5, 10, 15 persone e il Professor Cornacchia ha dedicato loro 40 minuti, con il proposito di raccontare l’idea e i contenuti del progetto (che fa parte, peraltro, di un lavoro di ricerca universitaria in ambito pedagogico). L’Università, da questo punto di vista, si è sentita risvegliata in quella che nel loro ambiente chiamano la “terza missione”, ovvero quella della divulgazione scientifica che, il più delle volte, viene tralasciata. Questa iniziativa ha, quindi, consentito all’Università di far capire che essa può e deve avere impatto su ciò che accade all’esterno, sulla vita vera.

…E così può anche succedere che qualcuno decida di iscriversi all’ Università…?

Sì…un mio dipendente – sull’orlo della pensione – che da sempre aveva il sogno di iscriversi alla facoltà di storia e filosofia, mi ha confidato che questa iniziativa ha risvegliato in lui il desiderio di farlo. Non so se poi lo farà, ma sono convinto che la sua intenzione è assolutamente pura. Ed è la stessa persona che mi ha fatto notare che non si può guardare il futuro se non si conosce il passato.

Quale è stata la prima reazione dei sindacati rispetto ad un’iniziativa apparentemente distante dai bisogni più urgenti?

Modulblok ha buoni rapporti con le realtà sindacali. Detto questo, aggiungo un pensiero personale. Ci vuole lungimiranza anche da parte delle organizzazioni sindacali; ci vuole lungimiranza a capire che esse non possono essere interpretate solo secondo l’ormai vecchio adagio del “io sto da questa parte della barricata e voi dall’altra”.

Quali sono state le difficoltà che ha riscontrato invece dal punto di vista pratico e logistico? Attrezzare un’azienda a diventare un micropolo universitario non deve essere stato semplice, considerando che avere fatto anche delle proiezioni cinematografiche…

Un’altra fantastica follia è stata quella di pensare le lezioni all’interno di un sito produttivo… Le abbiamo fatte in mezzo ai macchinari, alle presse, tra un carrello elevatore e l’altro. Alle 17 e un minuto le quattro-cinque persone preposte preparavano le sedie, i tavoli, il telone per le proiezioni, la musica e si iniziava.

Ricordiamo che queste lezioni si tenevano due ore oltre l’orario di lavoro.  Ulteriore nota di merito per chi ha aderito…

Assolutamente sì. Otto ore in fabbrica sono otto ore in fabbrica…non si sta seduti, non si è troppo rilassati, si fa un lavoro fisico in un ambiente che è pur sempre un contesto metalmeccanico. Rimanere oltre l’orario di lavoro ha voluto dire fermare il tempo e, per due ore, rilassarsi, fermarsi e sedersi ad ascoltare un docente che parla di pedagogia, di storia, di letteratura. Un bellissimo tema trattato è stato quello del concetto di utilità di ciò che è inutile. Ecco…noi, con questa iniziativa, abbiamo sostenuto che tutto questo ciclo di incontri fosse un meraviglioso esempio di inutilità.

Possiamo dire che questa inutilità sia poi diventata utile, perchè da essa ne ha tratto giovamento anche l’azienda, in termini di motivazione maggiore al lavoro da parte dei dipendenti?

L’azienda ha deciso di accettare questa sfida, prendendosi il rischio che tutto questo potesse non servire a nulla. La gratuità della formazione è passata attraverso la sfida che tutta l’iniziativa potesse essere inutile per l’azienda e utile solo per il dipendente. L’aspetto importante di questa formazione è stato che l’azienda l’ha offerta, non per trarne un vantaggio concreto per se stessa, ma solamente in vista di un beneficio esclusivo per la persona che avesse deciso di beneficiarne. Il dipendente ha, così, potuto trarne giovamento non in quanto operaio, tecnico, meccanico, ingegnere, ma in quanto persona.

Quando la prima volta mi ha raccontato la sua storia, sono rimasta molto colpita dal modo in cui si è conclusa questa esperienza di “nuovo umanesimo aziendale”. Le parole – scritte dai lavoratori al termine di ogni lezione per trasmettere le impressioni provate in ogni giornata – sono state alla fine tutte messe in fila e lette, dando vita ad un incredibile “mosaico” di emozioni e sensazioni. Quale sono state le parole del mosaico che le sono rimaste più impresse e che non si aspettava?

Su questo il Professor Cornacchia ha avuto veramente un’intuizione di alta poesia. Ogni dipendente, alla fine delle singole lezioni, ha scritto tre parole su tre post-it, ognuna delle quali rappresentava una sensazione trasmessa dalla giornata. Cinquanta persone e 150 post-it – per sei incontri – hanno dato origine a centinaia di parole che, nella giornata conclusiva, sono state messe insieme come un collage, senza però la pretesa di dare ad esso a priori un significato. Il mosaico ha fatto sì che le parole, accostate tra loro, creassero un fluire di sensazioni nel quale tutti i lavoratori si sono ritrovati. Quelle sensazioni di un uomo che si sente riscoperto ed ascoltato in una dimensione superiore a quella che, di solito, l’ambiente lavorativo gli concede.

L’Università al servizio delle aziende, ma anche un po’ il contrario, immaginando queste lezioni come momenti di interazione e di confronto e non solo di ascolto unilaterale. Cosa le hanno raccontato i docenti rispetto ad un’esperienza per loro immagino assolutamente nuova e che cosa sentono di aver maggiormente ricevuto da questo scambio di esperienze?

Ogni docente, in due ore, doveva giocarsi l’intera partita e riuscire nella sfida di non svilire minimamente il contenuto della lezione, seppur rielaborando e adattando alla platea il registro comunicativo. Qualche docente mi ha confidato di aver avuto paura. Qualcun altro, che non batterebbe ciglio di fronte a duecento allievi, l’ho visto tentennare di fronte a ventiquattro operai….

Da sempre lei ha un’attenzione ai temi della centralità dell’individuo e della sua formazione come coinvolgimento attivo e responsabile del lavoratore, in una visione che possiamo definire “olistica” della persona…dove braccio, mente e cuore vengono allenati all’interazione continua. Credo che questo nuovo modo di considerare il lavoratore e di rimetterlo al centro possa allentare quella che è la distanza talvolta incolmabile tra management e risorse, dando il via ad un processo di facilitazione del dialogo tra il vertice e la base. Lei cosa pensa in merito?

Quando si fanno i corsi di management e quando ci spiegano come è organizzata un’azienda, ci rappresentano una piramide. Il top management al vertice, poi chi esegue, e nella base troviamo chi sviluppa il core business. A me piace, però, pensarla capovolta; non ci si vede più sopra la testa di qualcuno, ma ognuno – in virtù della sua collocazione all’interno della piramide – diventa un soggetto che sostiene colui che sta sopra. La mia missione aziendale è quello di rendere possibile ciò che si sviluppa nella base. Da quando ho avuto questo mandato ho sempre pensato che due cose mi sono state consegnate: le macchine e le persone. Le macchine sono quelle che creano meno problemi. Le persone sono quelle di cui bisogna occuparsi maggiormente e con una lungimiranza superiore. Sono fermamente convinto che ciò che semino oggi, in qualche modo me lo ritroverò poi più avanti.

Una curiosità per concludere. E’ vero che tra le sue passioni c’è la scrittura e che ha messo su carta alcune scene di vita aziendale?

Non l’ho detto fino ad ora quasi a nessuno… E’ un piacere quello che provo nello scrivere e tradurre in righe alcune “diapositive” che mi rimangono impresse a fine giornata e che, in genere, germogliano a distanza di  un paio di giorni, prendendo qualche timida forma in prosa….